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Il territorio materano è stato per secoli considerato il granaio della regione Basilicata. La concorrenza dei frumenti internazionali e le basse rese della collina certamente non favoriscono il territorio, eppure le produzioni di grano duro afferenti gli areali aziendali, restano tra i più ricercati dall’industria che le trasforma per ottenere prodotti per i segmenti medio-alti della produzione alimentare. In questo quadro la Società Agraria Bgreen, situata in una zona collinare incontaminata dell’entroterra Lucano (fra i comuni di Ferrandina, San Mauro Forte e Salandra), coltiva varietà di cereali di antica origine come: segale, orzo, avena nuda, farro e grani Senatore Cappelli e Saragolla, varietà tipiche della zona e del comprensorio che si contraddistinguono per l’alta qualità e gusto.

Attraverso i protocolli del progetto aziendale denominato GreenHeritage, Bgreen volge il suo interesse al recupero e alla coltivazione dei cereali storici dell’Apennino Lucano, anteriori alla rivoluzione agricola degli ultimi cinquant’anni, perché più assimilabili e con minore potenziale allergizzante. Un ritorno all’antico che rappresenta a nostro avviso il nuovo corso dell’agricoltura che ci assicura l’assenza di sostanze nocive, fondamentale soprattutto quando si consumano farinacei, alla base della piramide alimentare della nostra dieta mediterranea.

In passato, l’importante ruolo svolto dalla coltivazione dei cereali minori ha garantito per molti anni la gestione del territorio. Le colture minori sono specie “antiche”, che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia dell’alimentazione umana, oltre a occupare una posizione strategica nell’origine delle attuali forme coltivate. Purtroppo, dopo gli anni Cinquanta, la coltivazione dei cereali minori è progressivamente calata, lasciando spazio alle colture più remunerative delle varietà ibride o peggio ancora, all’abbandono. Tale evoluzione ha portato un cambiamento del paesaggio: là dove i campi sono pianeggianti sono stati mantenuti a seminativo, ma dove le caratteristiche pedologiche e strutturali non hanno permesso la meccanizzazione del lavoro (terreni poco fertili, pendenza elevata, difficoltà di accesso), il terreno una volta seminato a cereali, ha lasciato il posto al vuoto. Questo ha comportato un abbassamento della diversificazione visiva del paesaggio, con un impoverimento della biodiversità vegetale e animale. In questo quadro i cereali minori, che possono essere definiti come piante rustiche, tolleranti a stress ambientali e capaci di dare una produzione economicamente valida anche in condizioni di modesta fertilità del terreno, sono state adottati da Bgreen negli areali critici.

A questo progetto di agriecologia conservativa in le cui modalità di selezione sono effettuate con l’obiettivo di preservare il prodotto così come raccolto e mantenerne inalterate le caratteristiche organolettiche, il contenuto di fibre e i principi vitali del germe, si affiancano i sistemi di lavorazione dei terreni secondo metodologie di agrotecnica conservativa, permacultura e agricoltura integrata, in cui si sceglie di recuperare, riprodurre ed utilizzare cereali della tradizione con pregevoli caratteristiche qualitative e nutrizionali, che ne fanno sofisticati ingredienti per prodotti nutraceutici.

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L’olivo, la pianta che più di altre simboleggia la campagna lucana fin dai tempi della Magna Grecia, rappresenta l’altra parte della produzione Bgreen. Fra case coloniche e “calanchi” (colline di argilla dove la macchia mediterranea è radicata), l'azienda cura olivete monovarietali dedicate alla cultivar dell’Oliva Majatica (marchio D.O.P e Presidio Slow Food), il cui nome è associato alla città di Ferrandina. In questo ambito rientra la produzione olearia Bgreen denominata Contadi Ferrandinesi, una produzione con parametri qualitativi più rigidi di quelli dell’olio extravergine d’oliva, che ha permesso la creazione del “Succo d’Oliva Carato di Majatica”, un prodotto d’eccellenza denominato in tutta la sua semplicità e immediatezza “succo di oliva”, a significare un super extravergine, ottenuto della spremitura di frutti selezionati i cui parametri qualitativi sono i più restrittivi possibili, onde distinguere tra l’olio extra vergine di oliva aperto a un consumo di massa, in linea con le nuove olivicolture moderne superintensive, e un olio extravergine di oliva denominato tout court “succo di oliva” proveniente da olivete con larghi sesti di impianto, condotte secondo le norme dell’agricoltura integrata più avanzata che prevedono trattamenti esclusivamente naturali, senza l’utilizzo di alcun concime ne antiparassitario chimico o agrofarmaco.
Le olive, prima di essere avviate al frantoio, vengono raccolte a mano per brucatura al giusto grado di maturazione, selezionate, defogliate, lavate e molite, attraverso una lenta e minuziosa lavorazione che scandisce il ritmo necessario a garantire una produzione di eccellente sofisticatezza. L’estrazione a freddo, permette di ottenere un olio con parametri chimici-organolettici eccellenti: un extra vergine di oliva 100% italiano, non filtrato, con bassissima acidità e dalle sensazioni uniche, inalterate ed assolutamente inconfondibili.

I tradizionali sistemi di potatura, l'eccezionalità del frutto, le tecniche di estrazione, la conduzione delle olivete e la ricca esperienza degli uomini che partecipano all'intero processo, garantiscono al prodotto un risultato al di sopra dei più diffusi standard, lasciando agli altri la scelta di imporre una cultura industriale (in cui i principi economici ed il risparmio, spesso, coincidono con un peggioramento della produzione) ad una sana coltura che segue i ritmi della natura.